Il freddo russo.

L’altro ieri cadeva un triste anniversario. 60 anni fa Stalin dava inizio alle ormai note “purghe staliniane”.

Migliaia di persone ciclicamente vennero sistematicamente accusate, condannate e deportate nei gulag, campi di lavoro forzato posti alle estremità di quella che era la vecchia URSS.

Di questo triste novero furono pochi coloro che riuscirono a salvarsi e tornare dai propri cari. Il motivo di tali condanne ai lavori forzati veniva di volta in volta identificato nei più svariati crimini. Ufficialmente si era sospettati di cospirare contro il partito, ufficiosamente si era personaggi scomodi, quali intellettuali, esponenti politici troppo amati dal popolo, militari considerati troppo zelanti, minoranze etniche o geografiche.

Già, perché nessuno era al sicuro dalla “giustizia” staliniana. Nemmeno coloro che la sostenevano e si identificavano in essa.

Emblematico il caso di Aleksandr Solzenicyn, premio Nobel per la letteratura con il suo “Arcipelago gulag”.

Solzenicyn, abile militare sul fronte orientale contro l’invasione tedesca durante la seconda guerra mondiale, si ritrova, da un giorno all’altro, dall’essere uno dei migliori elementi del suo plotone, a vivere personalmente quell’incubo delle purghe staliniane, fino agli anni di prigionia nei gulag.

Nel suo libro, Solzenicyn descrive minuziosamente le indagini, se così possono chiamarsi, il processo (una farsa), la deportazione, il lavoro e la morte che spettava, non necessariamente in quest’ordine, a chiunque attirasse l’attenzione del partito.

Bastava poco per entrare a far parte di detto dramma. Bastava parlar male del sistema, parlare troppo bene del medesimo o semplicemente parlarne.

A volte i criteri di scelta erano veramente illogici, quasi facenti parte di un oliato macabro gioco con le vite di coloro che, per loro sventura, se ne trovavano coinvolti.

Il sistema era basato sul terrore, e solo tramite esso poteva sopravvivere, perciò, per non far dimenticare chi aveva le leve del comando, periodicamente si decideva di “far sparire” qualcuno (dapprima gli oppositori politici, poi gli intellettuali, i militari, le etnie, i professionisti, gli operai … chiunque).

Anche le tecniche per “catturare” le persone erano particolari. Il tutto doveva sembrare naturale.

La gente non doveva sospettare nulla in modo che, qualora qualcuno ne fosse venuto a conoscenza non avrebbe potuto parlarne perché sarebbe altrimenti stato ritenuto pazzo.

Si era invitati nel Palazzo del Partito con una scusa e ci si ritrovava rinchiuso nelle carceri. Talvolta si escogitavano tranelli ancora più sofisticati per fare in modo che il futuro deportato acconsentisse spontaneamente alla propria scorta in tribunale.

Il processo era poi una farsa incredibile. L’imputato era accusato di un reato, talvolta a caso, e gli veniva offerta una “grossa chance”: se confessava veniva condannato a pochi anni di lavoro forzato, se si dichiara innocente rischiava il lavoro forzato a vita. Magari gli veniva anche assicurato che non avrebbe scontato la pena.

Chi cadeva nel tranello aiutava il lavoro dei giudici, chi si opponeva non li facilitava ma non aveva comunque vie d’uscita.

Poi la deportazione, non dissimile alle tradotte naziste, e il lavoro nei gulag, complessi di baracche poste nelle zone più recondite (e fredde) della Russia.

Se non ti uccideva il lavoro lo faceva il freddo, se non ci pensavano le malattie provvedevano le guardie. Se eri molto fortunato e avevi parecchia determinazione potevi sperare di sopravvivere. Solzenicyn ce la fece e raccontò la sua storia.

Per molti anni si è cercato di negare l’evidenza.

I gulag? Ma pensiamo a cose serie! Sono tutte fandonie!

Poi, faticosamente, finalmente la comunità internazionale si è svegliata, disillusa. Un risveglio doloroso ma necessario, perché non accada mai più.

Oggi Solzenicyn (è notizia di qualche giorno fa) presta la sua immagine per la campagna politica di Putin (ex KGB).

Molti hanno appreso la notizia come segno di riappacificazione ideologica, altri hanno preso alla lettera le parole dello stesso interessato (“Putin al KGB non aveva funzioni esecutive”).

Per altri il freddo russo ha nuovamente sommerso i vecchi rancori, e le memorie.

Fabio Fornarino

Il freddo russo.ultima modifica: 2007-08-11T19:40:00+02:00da pedro2509
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