Biglietto, prego!

Un’inquietante notizia è emersa l’altro giorno da un rendiconto delle Forze di Polizia torinesi: è in forte crescita l’immigrazione, dalle periferie di Parigi, dei pusher francesi nel capoluogo piemontese. Il motivo? Semplice: a Parigi ci sono troppi controlli, troppi rischi. In Italia (e Torino è meta ambita in quanto in cinque ore, con il TGV, si arriva dalla stazione Parigi Gare De Lion alla stazione ferroviaria di Porta Susa al costo di 50 E., salvo promozioni) è differente. E’ tutto più semplice!Perché dovrebbe essere più semplice spacciare droga in Italia? A Parigi l’insurrezione delle periferie di qualche anno addietro ha fatto emergere tutte le lacune di una città votata al turismo: nel centro vi era massimo controllo da parte della Gendarmerie (senza sicurezza il turista potrebbe scegliere mete alternative nonostante la bellezza della capitale francese), in periferia, nelle zone ricche di immigrazione, spesso clandestina, e concentrazione di fasce sociali disagiate regnava l’anarchia. Violenza, spaccio ed attività clandestine erano all’ordine del giorno, alimentate dalla scarsa presenza dell’autorità. Il tutto, inevitabilmente, ha dato vita ad una insurrezione popolare sfociata addirittura in giorni campali al limite della guerra civile. Lo stesso, seppur in maniera meno ecclatante ed estesa, si è ripetuto verso la fine dell’anno scorso. Solo che l’autorità locale ha deciso di porre freno a questa violenza gratuita ed ha intensificato i controlli. Si sono susseguite in questi mesi retate e controlli a tappeto e la vita di coloro che vivevano di attività illecite si è fatta più dura. Ad ogni controllo si rischiava il carcere (e non se ne usciva tanto facilmente). Ed allora? Be, perché non andare in Italia? Meglio ancora: mandiamo lì la manovalanza a basso costo (i piccoli pusher, l’ultimo anello della catena di spaccio di sostanze stupefacenti prima del consumatore finale e, spesso, gli unici che pagano per tale attività). Se li arrestano si fa presto a rimpiazzarli con altri altrettanto motivati e, comunque, c’è meno controllo. Potrebbero anche lavorare per mesi senza essere individuati. Se poi accettano di farsi abradere le impronte dei polpastrelli acquistano pure “un’immunità”: non sono condannati, vengono rimpatriati nel loro paese d’origine, pagano uno scafista e, salvo imprevisti (vedi annegamento) tra un mese ripartono per Torino! Bel piano! Ma perché tutto ciò dovrebbe funzionare? Innanzitutto è vero che a Torino vi sono zone dove la gente spaccia (e si droga) tranquillamente alla luce del sole. E’ noto a tutti ma le Forze dell’Ordine non hanno i mezzi per pattugliare enormi parchi o interi quartieri (qualche mese fa non c’erano neanche i fondi per la benzina dei veicoli!). Certo, ogni tanto qualche retata vi è. Allora i pusher stanno rintanati in casa qualche giorno e poi o ritornano o si spostano in qualche altro luogo, tanto Torino è grande. E quando li arrestano? Innanzitutto è vero che la pena è severa ma è altrettanto vero che molti sfuggono al giudizio penale. Molti, infatti, vengono fermati con i polpastrelli abrasi, sono senza documenti e forniscono un nome inventato. Non sono identificabili! Ed allora? Allora non si può condannare chi non è identificato. Stanno qualche giorno al CPT (Centro di Permanenza Temporanea, ove vengono accolti i clandestini prima del rimpatrio), vengono imbarcati su un volo Alitalia e tornano nel loro Paese d’origine. E li si ricomincia. Il dato preoccupante, però (non nel senso che quanto finora scritto non sia fonte di preoccupazione, ma nel senso che c’è di peggio) è che perfino coloro che diedero vita ad una guerriglia urbana per settimane nelle strade di Parigi considerano l’Italia più “sicura” per le loro attività illecite! Quel che più dovrebbe preoccupare, infatti, è il senso di sicurezza di dette persone e, specularmente, l’insicurezza che vige nel nostro Paese. E non si tratta di allarmismi lanciati ad hoc, per screditare il lavoro delle Istituzioni: sono dati di fatto. Che poi sia veritiera o meno l’asserita maggior facilità di delinquere nel nostro Bel Paese poco importa. Già la convinzione che sia così è preoccupante e genera sempre maggior inquietudine nel cittadino comune, quello che sceglie la vita onesta, lavora tutto il giorno per sbarcare il lunario e dare un futuro dignitoso ai figli e, suo malgrado, si vede circondato anche in pieno giorno da pusher senza paura alcuna delle istituzioni locali, con tutto ciò che ne concerne (degrado, affollamento di tossicodipendenti, rapine armate, spesso con siringhe, da parte di gente in preda a crisi di astinenza, violenze ecc…). Lo stesso problema si era presentato qualche decennio addietro nella Grande Mela. L’allora sindaco, per far fronte ad un’ondata incredibile di violenza, aveva “aumentato i controllori dei biglietti nei mezzi pubblici”! Fa quasi sorridere, ma ha funzionato. I controlli esasperanti negli autobus hanno portato una sensazione di insicurezza nei comuni piccoli delinquenti. Si sentivano sempre gli occhi addosso e ciò scoraggiò molti dai loro intenti (o si spostarono, non è dato sapere). Senza considerare che, spesso, si procedeva a controlli incrociati con le autorità di polizia e ciò portò ad individuare diversi personaggi considerati interessanti. Ovviamente non credo sia la panacea per i problemi di sicurezza ormai imperanti nella nostra penisola ma potrebbe essere un inizio. Partiamo dalle piccole cose, tanto per soffocare sul nascere la tendenza alla disobbedienza civile (pensateci: quanta gente sale sull’autobus senza pagare il biglietto?!) e, poi, passiamo alle cose più serie. Dopotutto le montagne si spostano una pietra alla volta.   

 

Biglietto, prego!ultima modifica: 2008-02-05T15:50:00+01:00da pedro2509
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento